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Cerco di sottrarmi continuamente ad alcune idee spiacevoli, come già detto precedentemente, ma senza alcun reale risultato. Il lunedì mattina poi è l’apoteosi di ciò che per tutta la settimana persisterà, anche se in misura ridotta. Nel lunedì mattina sono concentrate in ‘miniatura’ le paranoie, i mono-pensieri che mi accompagneranno per tutta la settimana.
Visto ieri il film sulla Thatcher che a un certo punto del film parla di comportamenti che diventino abitudini e abitudini che diventino carattere e carattere che diventi destino. La parola destino e la parola ostinazione condividono la stessa ‘radice’. Pare, non a caso.
Tinguely, che aveva incontrato Duchamp un anno prima a Parigi, lo rivede numerose volte a New York e a febbraio visitano assieme il museo di Philadelphia che possiede la maggior parte delle sue opere. Sempre a New York fa la conoscenza di Billy Klüver, un ingegnere svedese che aveva lavorato con Rauschenberg e Johns che aiuterà Tinguely nella realizzazione dell’Homage to New York (di cui farà anche un dettagliato resoconto) prima macchina autodistruttrice allestita nel giardino del Museum of Modern Art di New York il 17 marzo 1960. Nella città-simbolo dell’effimero, dell’usa e getta, Tinguely costruisce nel luogo deputato alla consacrazione, all’eternizzazione per eccellenza quale è il M.O.M.A. , un opera destinata ad esistere non più di mezz’ora, un opera simbolo della fine dell’illusione positivistica della macchina e conseguentemente del declino di una civiltà incapace di produrre valori duraturi e significativi nel tempo. Furono necessarie tre settimane di lavoro per dar vita ad un enorme assemblage di materiali eterogenei, un pianoforte, decine di ruote di bicicletta, parti di motore, macchine semoventi, timer, batterie, una Méta-matic, una targhettatrice, esplosivi, palloni gonfiabili e ogni sorta di aggeggi che producessero rumore ed odore. Robert Rauschenberg presente all’inaugurazione fornì a Tinguely una mascotte da inserire nella sua macchina, un money-thrower (lanciamonete), una scatolettina con polvere pirica all’interno, la cui accensione avrebbe lanciato, per mezzo di molle interne, delle monete d’argento che esplose con un lampo accecante durante l’happening. La serata fu tutto un delirio di rumori, suoni, esplosioni, movimenti sconnessi, incendi ed accidenti imprevisti fino all’apoteosi finale della distruzione di tutta la macchina e l’assalto del pubblico presente sui pochi resti rimasti in cerca di souvenirs.
Un pensiero particolarmente molesto, mi ha tenuta sveglia a lungo la scorsa notte rendendomi insostenibile lo stare a letto e costringendomi ad alzarmi, farmi una camomilla, guardare un po’ di realtv. Tutti palliativi per cercare di aggirare un ostacolo che risulta decisamente insidioso - al punto che lo stesso pensiero è restato, seppure in sordina, nell’aria tutto il giorno, come un insetto intorno alla mia testa o, in certi momenti della giornata, come un rumore di sottofondo, un’agitazione sotterranea.
In questi giorni ci metto più tempo del solito a fare le cose di sempre. E non è per pigrizia, nè per vera e propria stanchezza. Ho bisogno di più tempo, e tuttavia resto sempre indietro.
La scorsa notte, sdraiata al buio sul divano guardavo gli oggetti nella stanza illuminati appena dalla luce di fuori. E tutto era così rilassante e terrificante al tempo stesso.
1950s Vinyl by empireoftheimage
This is the Naugahyde Co. swatch sheet for their vinyl pattern named “Contemporary”. Customers were offered a choice of 16 colors (bottom 4 are metallics).
The iconic 1950s vinyl upholstery once found in restaurants and bars all over America. It was constructed twice as thick as any other nauga product due to the embossed pattern rolled into the material . It wore like iron and I was still seeing this around L.A. in the 1980’s in its original applications.
(via f-featherbrain)
Isola del Giglio: All’isola del Giglio continua il turismo dell’orrore. Così l’hanno definita tutti questa brutta usanza, già vista recentemente altrove come ad Avetrana, di andare a vedere di persona i luoghi delle sciagure. I traghetti per andare al Giglio sono sempre più affollati di curiosi. Ieri sono stati staccati oltre mille biglietti ed anche oggi hanno fatto il tutto esaurito. E’ stata pure aumentata una corsa, per sopperire alle richieste. C’è anche chi rimane sull’isola solo una mezz’ora, il tempo necessario al traghetto per imbarcare le persone al Giglio e ritornare a Porto Santo Stefano. In pratica, giusto il tempo di arrivare a piedi fino al relitto e scattare qualche foto.
via maremmanews
ETFE, ossia Etilene Tetrafluoro Etilene o come vuole la nomenclatura UPAC poli (etilene-co-tetrafluoroetilene). Il nome non è dei più semplici ma si sta facendo ricordare come uno dei materiali di maggior interesse nell’architettura moderna, permettendo ai progettisti di ripensare all’involucro esterno degli edifici come una pelle leggera e dall’apparenza soffice come bolle di sapone. Non proprio un colpo di fulmine dato che questo materiale plastico trasparente è stato immesso nella produzione intorno agli anni ‘70 (nonostante il brevetto fosse degli anni ‘40): per la precisione fu la francese Dupont a realizzare per la prima volta un fluoropolimero da utilizzare come materiale isolante nel settore aereonautico e risolvere così in un’unica soluzione l’esigenza di un composto ad elevata resistenza alla corrosione ed a un ampio intervallo di temperature. Ma gli ultimi due decenni hanno visto un ritorno di fiamma di cui gli spettacolari Watercube e Bird’s Nest di Pechino sono solo due dei più recenti e famosi esempi.
via EDILIO
Che cosa fare se solo un francese su due ha visitato il Museo di arte moderna e contemporanea più famoso della capitale? È questo il quesito che nel 2007 si pose Alain Sebain, fresco di nomina alla presidenza del Centre Pompidou: «Portare il museo a far visita ai francesi», è stata la risposta.Così bandì un concorso per un museo «nomade», vinto da Patrick Bouchain. E se il progettista è un veterano di strutture e allestimenti effimeri (suoi i progetti del padiglione francese alla Biennale di Venezia del 2006, del tendone della scuola nazionale di arti circensi di Rosny-sous-Bois nel 2004 e del teatro equestre Zingaro a Aubervilliers nel 1988), anche il Centre può vantare una grande tradizione nell’ambito dell’architettura temporanea, dal Polytope di Yannis Xenakis, concepito per l’inaugurazione, all’Atelier di Shigeru Ban, al «museo precario» Albinet di Tomas Hirschhorn.