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Progetto ” Da qualche parte | Sempre nello stesso posto “
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Junko Nakamura. Colors.
Palmier, 2009. Crayons de couleur, crayon gras, 29,7 x 42 cm.
Jeux d’ eau, 2009. Crayons de couleur, crayon gras, 29,7 x 42 cm.
Anniversaire, 2009. Crayons de couleur, crayon gras, 29,7 x 42 cm.
Pluie sur L’étang, 2009. Crayons de couleur, crayon gras, 29,7 x 42 cm
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Foto rubata via FB
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Mentre mi asciugo i capelli piango. Passa Francesco e domanda, E ora cosa succede? Parliamo, è da ieri che sto male. Secondo lui quelli che io chiamo compromessi, sono occasioni. E cita Gatsby visto ieri al cinema. Cogliere le occasioni. Tutto molto ridicolo, sempre di più. Dopo le tragedie greche, c’è questa figura tragica americana. Jay Gatsby.
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Ci sono cose che ho dovuto accettare. Compromessi. Sono scesa a compromessi. Mi sembra il fallimento di tutto, l’inizio del disastro. Come accade nei film. Da un certo momento in poi tutto inizia a degenerare, senza salvezza. Ecco, io mi sento in quel frangente lì.
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Quando S. mi parla della sua amica Rita, stretta dentro cose troppo strette, ma incapace di invertire la rotta, mi pare che parli di me e che nei suoi occhi passino lampi di riprovazione oltre che per lei anche per me. Quando sento parlare di confusione esistenziale, di caos, sempre mi pare che si parli anche di me, di una certa inettitudine più che di una vera e propria assenza di volontà.
Sono molto spontanea nello scrivere apertamente certe cose di me, ma non mi piace mai quando mi avvicini per dirmi “mi pare di essere te, io e te siamo uguali”. Io sono molto diversa da te, la mia vita non assomiglia neanche un po’ alla tua (almeno a quel poco che conosco di te). L’avrei dovuto dire subito, ma ero troppo stanca.
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Piove da sempre, pioverà per sempre. I miei capelli si arricciano per l’umidità, ho acceso il riscaldamento. In realtà il sabato ideale è andare al mare tutto il giorno fino a rimbambirsi oppure, con un clima come quello di oggi, chiudermi in una stanza al buio, con le porte chiuse e stare lì fino a rimbambirmi. Questa mattina pensavo di andarmi a comprare una macchina fotografica digitale da borsetta, anche se io non porto la borsetta. Una di quelle compatte, facili da portare con sè, facili da estrarre e scattare, non tutto il catafalco della mia macchina vera. La trovo a casa dei miei, di mio padre, nuova mai usata. Mi dice, Prendila, io tanto non la uso. Mi sembra di tornare piccola, quando amavo tutte le cose tecnologiche. Devo imparare a trasformare i miei sogni in collage. Basta scrivere, basta parole. Solo immagini. Mi pare di non fare altro, vedere passare cose, vedere immagini. C’è una casa bellissima sull’Aurelia. La mia casa preferita, voglio fotografarla da millenni, ma non riesco mai a decidermi: come fotografarla, quale la visuale migliore, a che ora del giorno, quale luce.
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Il Sogno di questa notte
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Quando vivevo a Firenze in un palazzo decadente con le finestre della mia camera su altre finestre e sognavo spesso il solito fatto. Una donna che affacciata alla finestra di fronte lavava un bambino neonato dentro un catino come se fosse uno straccio, un panno qualsiasi. Era una donna tedesca, il neonato-straccio, suo figlio. Avevo un rapporto contorto con le finestre del palazzo di fronte.
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