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Non so dove leggo nè ricordo a proposito di chi, della fine della coalizione artistica “tra” e “tra”. Mi colpisce l’idea della frattura tra grandi personalità, l’interruzione di affinità che a suo tempo hanno dato luogo a “capolavori”. C’è sempre nella mia testa il pensiero delle amicizie che nel tempo ho perduto e l’invidia per chi è riuscito a preservarle uscendo intatto dalle prove infauste del tempo e della vita. Quasi impossibile rintracciare le responsabilità della fine. Restano nel mio caso un dispiacere e una nostalgia che in certi momenti diventano quasi un malessere fisico.

Il fatto che io continui a sognare sempre e soltanto sconosciuti, la dice lunga.

inneroptics:

Pavel Baňka

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Pavel Baňka

fohk:

A Tale of Two Sisters (2003)

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A Tale of Two Sisters (2003)

La Crocifissa

Il medico che si prenderà cura di me è giapponese. Lo incontro giusto un attimo, mentre in piedi, scalza e vicina ad una barella, un lungo tubicino pende dal mio braccio per una specie di prelievo di sangue. Mi lamento di dover pisciare, ma le infermiere ordinano di darmi pazienza e di non muovermi. Nel frattempo osservo il mio sangue che viene tirato via come se si trattasse di una trasfusione. Lo vedo uscire dalle vene a gocce, di una lentezza estenuante. Nel frattempo, il medico giapponese e la sua compagna, si addormentano sul divano dopo ore di bisbocce. Si svegliano il giorno dopo, abbarbicati uno sull’altra. La donna, guardando l’orologio ha un sussulto, Oddio, sono le otto e quindici…poi, subito dopo, guardando davanti a sé in un punto preciso della stanza, mormora, È inchiodata! Nella stanza dove lei e il medico giapponese hanno dormito, qualcuno ha crocifisso una donna lasciandola inchiodata al muro davanti ai due. Tutti i sospetti ricadono su un tipo che è stato visto l’ultima volta con la Crocifissa. È lo stesso soggetto che adesso mi sta inseguendo e che io depisto muovendomi veloce tra la folla.

In realtà detesto le giustificazioni. Ogni volta che qualcuno si giustifica mi verrebbe da rispondere che nessuno è fondamentale e che io non mi aspetto mai nulla da niente e da nessuno. I forzati delle buone maniere sono peggio di certi cafoni.

ragioneria affettiva

Non mi meraviglia il racconto di F. su certi suoi amici di certo non in difficoltà economica che, pur di non imbarcarsi nei costi di un divorzio, convivono tranquillamente l’uno con i “tradimenti” dell’altra. Saltano fuori questioni come il fastidio di pagare gli alimenti, pensare ad una seconda casa, il mantenimento del figlio. Vuoi mettere? Ciascuno continua con la propria vita anzi, ci si dà una mano quando uno o l’altra deve uscire con il nuovo fidanzato di turno. E’ il quarto aneddotto sulla stessa storia nel giro di una settimana.

Pulviscoli

Sono dentro certi appartamenti di Berlino, sempre nei corridoi, tutti uguali. Corridoi lunghi infiniti sui quali stanno, come occhi aperti, tutte le altre stanze. Per qualche oscura ragione ne visito un po’, infilando la testa dentro le stanze, velocemente, cercando di vedere come sono, in assenza dei legittimi proprietari, consapevole della irregolarità della mia presenza lì dentro. Camere, cucina, terrazzini, soggiorno. Poi, la luce dei corridoi, la tinta piatta e uniforme del giorno che filtra attraverso finestre e portafinestre aldilà delle porte a vetri. E’ una luce che riconosco bene, che rende morbidi i contorni degli oggetti.

Mi arriva sul telefono un messaggio del vecchio psicoterapeuta. Una sua risposta alla mia decisione di interrompere il percorso. La frase, Non è possibile, non abbiamo ancora trovato la radice di tutto, la macchia nell’infanzia. 

Venerdì, io, kapuscinski

Venerdì, io, kapuscinski

fili d’erba

Nel sogno siamo in fuga dalle autorità, dopo aver commesso un fatto delittuoso. Cerchiamo una via di fuga nel quadrato d’appezzamento incolto dietro “casa”. Traccio su una planimetria il percorso che dobbiamo fare per metterci in salvo. Ci immergiamo nel grano alto, ancora verde. Il tratto del mio percorso di fuga è eseguito stendendo dei fili d’erba sulla carta a richiamare la forma di un trapezio sbilenco.

0706

0706


Foamcore

Carne blu

Il blu Klein in stampa digitale non si riesce a riprodurre e adesso capisco il lavoro visto all’ultima biennale di Venezia lo scorso anno di questa tipa sul blu klein. C’erano delle sue tele soltanto blu. Erano, se ricordo bene, suoi tentativi di stampa (digitale), prove su prove, alla ricerca del blu giusto. In stampa tipografica sarebbe possibile ottenerlo, ma il costo dei biglietti da visita a quel punto aumenterebbe in proporzioni irragionevoli. Mi guardo allo specchio e mi accorgo che persino la mia montatura degli occhiali è blu klein. Ho rifatto gli occhiali poco tempo fa e ho scelto questa che indosso senza nemmeno rendermene conto. Anni fa sognai un vestito indaco, non esattamente blu klein, con una grande scollatura sulla schiena. Di me mostravo solo la schiena, andavo nei bar, mi sedevo al bancone dei bar e di me mostravo soltanto la schiena perchè mi sedevo sempre dando le spalle a qualcuno o a qualcosa. Un uomo mi si avvicinava e mi diceva cose nell’orecchio, ma io ero la mia schiena, il mio vestito blu indaco. S. dice che il blu klein è il colore dell’acquario. A Nizza c’è una piazza intitolata a Yves Klein