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2205

Le mie foto invece erano tutte foto di cantieri e di un operaio soprattutto con una tuta rossa, sempre lui, su tutti i cantieri. Le foto che facevo vedere, che mostravo, erano catalogate alla voce ‘cantieri’ . Qualunque fosse la data dello scatto, da qualche parte oppure in primo piano, c’era l’operaio al lavoro con la sua tuta rossa. Poi, da una donna in visita sul cantiere prendevo in prestito un libro, scritto da un’amica della visitatrice stessa (tale Ana Morena). Era un libro diviso per capitoli che spiegava tutte le foto pubblicate indicando luoghi, date, riferimenti culturali…

Fino a quando una specie di onda anomala ci seppelliva tutti quanti.

1505

Ospite in una casa che al posto del giardino ha il letto di un fiume, pozze d’acqua trasparente e pulitissima e sassi sul fondo, per i quali esiste una diceria spacciata per favola metropolitana dai proprietari. Alcuni di questi sassi, soprattutto se osservati mentre si sorvola la casa e la sua proprietà, hanno forme tali da ricordare il profilo di un uomo o di un cane (adesso non ricordo). Ne raccatto qualcuno, nonostante il mio inossidabile scetticismo, e ritrovo alcune parti di questo misterioso profilo. Il naso,  la bocca, etc. Ma più di questo a sorprendermi sono le strane incisioni sul retro di questi sassi. Stralci di scrittura che mi ricorda quella cuneiforme vista su certi libri, e date, una data più precisamente, della quale ricordo soltanto l’anno. 2515 o 2015 o 2555. Ricordo bene il 5, questo sì, e il rosso. La dominante del rosso.

Poi sono in barca, una barca a remi, nel giardino-fiume di questa casa. Con mio padre e il suo cappello che vola in acqua e le nostre peripezie per mantenere l’imbarcazione, usando i nostri corpi, in equilibrio e non cadere. E il cappello è un cappello da capitano, anche se mio padre non è un capitano.

(Forse dovrei giocarmi questi numeri. Così si dice quando appaiono in sogno.)

1405

La casa è ingestibile, troppo grande, ha stanze che sono come scatole cinesi, matrioske, porte sostituite da finestre che aprono e chiudono su ambienti e spazi interni invece che servire per mettere in comunicazione con l’esterno.

E il cadavere di qualcosa o di qualcuno onnipresente dentro un letto.

nomoremore:

athens aspropyrgosno more 2011

nomoremore:

athens
aspropyrgos

no more 2011

0905

I miei beni materiali, soprattutto libri, sono cose che possiedo solo transitoriamente. Ogni volta vado a riprenderli, gli stessi, dati precedentemente al mercato, ammesso che qualcuno non li abbia già acquistati. Li ritrovo al solito banco, ammucchiati tra altre centinaia di tomi, generalmente nessuno o quasi li vuole. Ma è una pratica stancante e dentro al sogno ci sono percorso fatti e rifatti migliaia di volte. Una città, una vecchia casa, un’amica che abita oltreoceano, una boccetta di profumo, un viale alberato, piatti sporchi da lavare (anche questi, presumo, per essere messi in vendita e poi ripresi).

Dentro ai sogni ho una vita intensa, facilmente deteriorabile. Le cose accadono tutte secondo una logica interna che è apparentemente inattaccabile. Accadono, si distruggono, si ripetono ancora. E ancora.

2704

Quel paio d’ore che riesco a dormire le passo a dirimere una situazione piuttosto noisa che vede circa una ventina di macchine, guidate perlopiù da persone anziane, rimaste intrappolate nel parcheggio di un piccolo condominio. Alcuni avanzano l’ipotesi, per potersi liberare quanto prima, di suonare tutti quanti insieme il clacson, in modo da richiamare l’attenzione su di sè e nella speranza che il cancello venga finalmente aperto. Faccio loro presente che l’unica persona in grado di rispondere a quel richiamo, l’unica alla quale potrebbe avere un senso indirizzare quell’assordante segnale, al momento non è in casa, avendola vista io stessa per strada poco prima di restare intrappolata lì dentro insieme a tutti gli altri. Così propongo di suonare un campanello a caso sperando nel buon cuore di qualche sconosciuto. Tutto il resto è una strenua trattativa tra me e l’antipatica signora che mi risponde.

Presentarle la situazione così com’è, scusarmi, avanzare la mia richiesta, convincerla a fidarsi, respingere le sue offese, mantenere la calma, restare in attesa, tutto questo mentre le macchine disposte in circolo e gli anziani al loro interno, aspettano, a motori accesi, di poter uscire di lì.

Mercato, pesci-uccello, scarpe usate

Per fuggire da qualcosa che mi opprime mi metto in macchina e viaggio per almeno due ore. Raggiungo una località turistica, una piccola cittadina vicina al mare con un grande mercato ittico, che è una via di mezzo tra la Piscarìa di Catania e il mercado di San Miguel a Madrid. Ci sono banchi per la vendita enormi, alcuni sono lunghi almeno 10 metri e dietro, i venditori, invece di urlare come fanno di solito nei mercati per attirare la gente, mettono in scena una specie di numero da circo. Lanciano in aria i pesci come se fossero birilli o come se stessero eseguendo un’acrobazia. I pesci con le loro mute argentate volteggiano per aria e a un certo punto sembra che il cielo sia pieno di uccelli in volo anzichè pesci lanciati in aria. La gente osserva con un po’ di meraviglia, poi sceglie, compra, e se ne va. L’unica davvero estasiata da questo insolito spettacolo sono io. In altre parti del mercato, alcuni mangiano seduti ai tavoli, come se fossero ad un ristorante. Giro tra loro, ma sono invisibile e infelice. In realtà sono piuttosto indispettita perchè non riesco a parlare, nè a farmi largo tra la gente, nè, tantomeno, riesco ad attirare l’attenzione dei venditori per farmi “servire”. Così mi muovo nella ressa, con un certo senso di frustrazione addosso e senza scarpe. Per ovviare a questo problema rubo una scarpa da uomo che trovo abbandonata sotto a un tavolo deserto, la prendo e la indosso subito. Nel frattempo mi accorgo di avere anche l’altro piede scalzo. Alla fine, poco prima di svegliarmi, mi vedo: indosso una scarpa da uomo grigia e con i lacci, ed un’altra, nell’altro piede, da donna, sempre grigia, e con un mezzo tacchetto. Sono scarpe vecchie, deformate dall’uso, senza più un legittimo proprietario. Le indosso con un po’ di disagio. Senza calze, con i piedi a diretto contatto dentro un paio di scarpe usate, da chissà chi e chissà quando.

lushlight:

Oberursel V - I need to live here!
lushlight

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Oberursel V - I need to live here!

lushlight

(via yama-bato)

Replay

Non capisco cos’è che rende tanto pesanti gli occhi per aprirsi, il corpo per muoversi ed alzarsi. Perchè devo andare a verificare i rumori nella stanza accanto, quelli oltre ai muri. Quelli dentro la mia testa hanno una cadenza regolare e ritmata. Potrebbero essere uno schiocco ma anche una frustata. Così ripeto la stessa scena, tre, quattro, cinque volte, ma finisce sempre che svengo prima ancora di varcare la porta della camera. Solo l’ennesimo tentativo mi permetterà di uscire dalla stanza dove sto dormendo, di percorrere il corridoio e di raggiungere la porta d’ingresso. Ma come sempre, nel momento esatto in cui mi avvicino alla soluzione, mi sveglio e scopro essersi trattato del solito incubo.

primitive sketches

Tre immagini consecutive.

1/ Avevo un paio di lunghe orecchie come quelle dei conigli, che mi tiravo via, come se fossero diventate appendici inutili. Il bulbo che le tiene attaccate alla testa oppone pochissima resistenza e infatti viene via con poco sforzo e nessun dolore. Dopo l’estrazione ho due oggetti flosci tra le mani, simili a un fegato, nella forma e nel colore. Libera(ta)

2/ Camminavo affondando il passo nella neve. Dovevo camminare così, pestando bene i piedi sulla superficie bianca in modo che le mie orme, lasciassero rivedere l’asfalto coperto dalla neve.

3/ C’è solo il mio occhio al centro della scena e il mio dito indice che uso per stendere, sulle palpebre e sotto, questo impasto bianco simile a pittura fresca.

Identità tradite

Su un’isola, probabilmente nel Golfo di Napoli, perdo in mare la borsa con dentro tutto, compresi i miei documenti. Una coppia in passeggiata sulla spiaggia raccoglie, prima di me, la borsa, che miracolosamente il mare rimanda indietro. Quando avvicino la donna che ha in mano la (mia) carta d’identità, le faccio presente di essere io quel nome&cognome, di essere io quella faccia. Ma la donna non mi crede e mi costringe a fissare un appuntamento per l’indomani, presso la locale stazione di polizia. Nel frattempo porta con sè tutto, mentre io resto nei paraggi di quel mare maledetto e traditore a provare ad indovinare quali potrebbero essere gli elementi probanti la mia vera identità. Ma ho la sensazione di dover improvvisare una recita e che sarà la mia stessa voce a tradirmi, o la mia firma sempre leggermente diversa sui documenti, o gli altri miei segni particolari e no, eccetera eccetera.

Di nuovo dentro un grande palazzo, nella pancia enorme della balena, così in alto, finalmente vicina a quel famoso appartamento con gli stucchi ai muri e i soffitti verde chiaro, abitato da chissà chi, popolato da gente semisconosciuta che intravedo appena, della quale chiedo, dopo, per sapere che l’appartamento adesso è di tizio, quel tale, diventato improvvisamente ricco, come capita, è capitato a molti di queste parti, che una mattina si svegliano e trovano la vena giusta dentro al monte e tonnellate di marmo bianco servono per riempirli di meraviglia. Ma io sto male, soffro di un qualche difetto della vista. Aspetto il mio turno, di spalancare gli occhi per poter essere finalmente curata. Da un bravo medico, il migliore, uno di fiducia.

Palazzo Fontego Tedeschi

Distanza

Il massimo che riuscivo ad offrire al suo sguardo era la mia nuca, scoperta dai capelli raccolti in un ciuffo. Mi trovavo al centro di un grande lotto circondato da austeri palazzi. La terra era rivoltata dalle ruspe, e lui mi guardava da lontano. Sotto uno dei tanti portici di questi palazzi.

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