Il sopralluoghista è un misto tra un antropologo e un architetto, qualcuno che fa dell’osservazione e dell’osservazione partecipata uno strumento fondamentale del suo lavoro di progettazione. Qualcuno che impara a vedere, a camminare, a sentire, ad ascoltare e che lo fa usando le tecniche più sofisticate che oggi abbiamo a disposizione, ma anche il suo lento e costante training e soprattutto qualcuno che ha visto, ascoltato e camminato molte città e quindi si serve della sua esperienza comparativa.
La vita sociale si costituisce proprio dove la creatività degli abitanti non è troppo vincolata nè dalle architetture nè dalle norme.
— FRANCO LA CECLA - Contro l’architettura, pag. 87 (… a proposito di Barcellona, zona Sagrera Sant’Andreu)
A sfogliare i post-it appiccicati su Facebook, ma la cosa vale anche se ti metti a girellare sulla rete, c’è un sacco di odio trattenuto a stento. Ognuno ha il suo nemico e molti hanno i medesimi. Ad una gogna in piazza e non mediatica ciascuno vorrebbe incatenare il collega, il Mazzarò di turno, le duchesse di Leyra, gli onorevoli e gli uomini (e donne) di lusso. Tutti.
Tutti. Forse è una rabbia antica, generazioni senza nome scriveva quello. Quanti ce ne sono che, dopo due battute di discussione sul mondo, vorrebbero una locomotiva lanciata a bomba contro l’ingiustizia, magari una locomotiva sulla quale loro non salgono, però.
Ci si indigna per qualsiasi cosa, senza più distinguere, ché Arcore vale Pomigliano e le donne della Omsa quel codardo del capitano. Tra l’altro, in quest’ultimo caso eravamo educati male: lo ricordavamo sempre sul cassero a fumare la pipa tranquillamente, secondo De Gregori, oppure, iracondo, trascinarsi sul ponte a promettere una moneta d’oro. Invece no, ci mancava la versione: Torni sulla nave!
Sofri ha scontato la pena. Anche in questo caso un certo numero di indignati.
Negli anni ’70 Saragat, Leone, Pertini, Cossiga, scrissero innumerevoli telegrammi di sdegno: non valevano un cazzo. Esattamente come l’indignazione (che è pure termine meno forte) general generica di oggi.
andrebbe ricordato trasmesso da adre in figli - ogni tanto, mettiamo ogni anno bisestile, staccare i quadri dalle pareti, e rivoltarli, per vedere dietro di loro, e pulirli, oppure congedarli proprio, e pulire il nero dell`ombra sulla parete, come fosse quello sulla pelle del dito tagliata l`unghia, che si leva via da solo mentre si lavano i piatti. ma non lasciarli sempre li`, fissi, sporchi, immobili per una vita. lo stesso con i lampadari, i soprammobili, i mobili, gli armadi, i letti, magari la cucina. ogni cosa andrebbe rimossa, girata, sgrassata, spolverata, soppesata, rimessa in discussione e percio` in vita, rigirata con mani e occhi che cosi` la ri-conoscono, l`accarezzano, l`abbracciano, oppure l`allontanano con rispetto e ringraziamento per gli anni passati insieme. ridare dignita` alle cose, anche quelle brutte antipatiche, per rivedere le mani e gli occhi di chi le ha create, prese e poste li`, davanti ai tuoi occhi e alle tue mani, tra mura pavimento e soffitto, ritrovare la semplice pulizia nuda.
Poi, però, mi domando a che cosa possa mai servire questa forma diaristica resa pubblica, pur con il massimo pudore, pur con la massima delicatezza.
L’ ennesima forma di autoreferenzialità? Ancora e soltanto e sempre famelico egocentrismo, per quanto sotterraneo, stemperato, filtrato, emulsionato con altri fini che forse per vie tortuose non riconducono che a sé stessi?
E mi prende la tristezza: so che ciascuno non riuscirà che a viaggiare sul proprio binario, fatalmente programmato dalla sua stessa indole.
E mi dispiace: comunicare rimane dunque una battaglia persa, ed è sempre un gioco stilistico, estetica pura ma vuota od effimera, finzione, gioco?
E dev’ essere per questo che non esiste dichiarazione a me rivolta che non m’ instilli dubbio, ora, e sento che ciò presuppone la più grave delle perdite, la misura esatta della caducità umana: minimizza, distruggi la sua parola, e l’ uomo più non è.
E vorrei credere, e non posso.
Ex voto
Accade
che le affinità d’anima non giungano
ai gesti e alle parole ma rimangano
effuse come un magnetismo. É raro
ma accade.
Puó darsi
che sia vera soltanto la lontananza,
vero l’oblio, vera la foglia secca
piú del fresco germoglio. Tanto e altro
puó darsi o dirsi.
Comprendo
la tua caparbia volontà di essere sempre assente
perchè solo così si manifesta
la tua magia. Innumeri le astuzie
che intendo.
Insisto
nel ricercarti nel fuscello e mai
nell’albero spiegato, mai nel pieno, sempre
nel vuoto: in quello che anche al trapano
resiste.
Era o non era
la volontà dei numi che presidiano
il tuo lontano focolare, strani
multiformi multanimi animali domestici;
fors’era così come mi pareva
o non era.
Ignoro
se la mia inesistenza appaga il tuo destino,
se la tua colma il mio che ne trabocca,
se l’innocenza é una colpa oppure
si coglie sulla soglia dei tuoi lari. Di me,
di te tutto conosco, tutto
ignoro.
Corrono come se avessero il fuoco sotto il sedere in cerca di qualcosa che non si trova.
Si tratta fondamentalmente della paura di affrontare se stessi, si tratta fondamentalmente della paura di essere solo. Invece a me fa paura la folla.
Non si desidera mai veramente qualcuno o qualcosa, si desidera sempre un “insieme”…non desidero una donna ma desidero anche un paesaggio che è contenuto in quella donna. Un paesaggio che forse neanche conosco, ma che intuisco e finchè non ho sviluppato questo paesaggio non sarò contento, cioè il mio desiderio non sarà compiuto, resterà insoddisfatto.
…Non desidero mai qualcosa di isolato…non c’è mai desiderio che non scorra in un concatenamento. …Desiderare è costruire un concatenamento, costruire insieme. L’insieme di una gonna, di un raggio di sole, di una donna, di una strada. Il concatenamento di una donna, di un paesaggio di un colore. Ecco cos’è un desiderio…bisogna essere due, allora accade qualcosa. Un lampo, un ruscelletto e siamo nel dominio del desiderio. Un desiderio è costruire. Tutti passiamo il nostro tempo a costruire…quando qualcuno dice “desidero la tal cosa”, significa che sta costruendo un concatenamento. Il desiderio non è nient’altro.
Da tempo, gioco con la fantasia di cercare qualcuno con le mie stesse ‘libertà’. Non ho mai pensato che potessi essere tu. Quel tale.
Questa mia consapevolezza ha misurato il passo al nostro rapporto mettendogli da subito addosso, la data di scadenza. Non te l’ho mai detto, ma non ci ho mai creduto.
Anche quando ipotizzavo una continuità, mentalmente passavo in rassegna i giorni del calendario. Sapevo che ogni giorno era un giorno in meno.
— [ da una lettera ]
6 - CLASSE DES ETRES HUMAINS – GEOGR. EUROPE
PASSAGERS DE L’AUTOBUS DU 28 JUIN 2003 ASSURANT LA LIAISON TOULOUSE-BARCELONE
Vladimir Nevski, 41 ans, technicien en éclairage public, a été autrefois initié par son épouse Nadine Hardtmeyer aux délicates variation de l’art lyrique mais il n’en a jamais ressenti les subtilités ni compris les artefacts et les codes. Ayant eu vent par d’anonymes délatrices des relations que son épouse entretint un temps avec le Maître, il est là dans ce bus, certes pour la surveiller, mais aussi pour être au plus près, le temps de ce voyage, de Jocelyne Rivière, une femme admirable selon lui, qu’il convoite en secret depuis quelques mois.
“Non ho mai creduto in un’unica verità, né in quella mia né in quella degli altri; sono convinto che tutte le scuole, tutte le teorie possono essere utili in un dato luogo e in una data epoca; ma ho scoperto che è possibile vivere soltanto se si ha un’ardente e assoluta identificazione con un punto di vista. A mano a mano che il tempo passa, che noi cambiamo, che il mondo cambia, tuttavia, gli obiettivi si modificano e il punto di vista muta. Rivedendo i saggi scritti nell’arco di molti anni e le idee esposte in tante occasioni e nelle più disparate, qui riuniti, mi colpisce ciò che in essi rimane costante. Se vogliamo, infatti, che un punto di vista sia di qualche aiuto, bisogna dedicarvisi con tutte le nostre forze, difenderlo fino alla morte. Nello stesso tempo, però, una voce interiore sussurra:’Non prenderti troppo sul serio. Tienti forte e lasciati andare con dolcezza’.”
Peter Brook, Il punto in movimento
[ via currenticalamo ]
Marzo ’79
Stanco di tutto ciò che viene dalle parole, parole non linguaggio,
Mi recai sull’isola innevata.
Non ha parole la natura selvaggia.
Le sue pagine non scritte si estendono in ogni direzione.
Mi imbatto nelle orme di un cerbiatto.
Linguaggio, non parole.
Nel sogno gli apparivano le solite stronzate tipiche dell’Es, le inutili avvisaglie, suggerimenti, aberrazioni e rimandi a traumi pregressi. Anche cose belle, per carità, ché l’incoscio certe volte tiene pena dei suoi sudditi.
Così, sognando, volava, sbatteva il muso per terra, colloquiava con mostri flaccidi, inseguiva lepri giganti, vinceva al supernalotto, veniva inseguito da guerriglieri sudanesi tutti somiglianti a sua zia Polda, obbrobriosa bigotta ecc.ecc. Però, pur se dormiente, capiva chiaramente che per scrivere bisogna allentare i freni inibitori e coraggiosamente sporgersi sull’orlo del baratro.Che è alto mezzo metro, ragazzi.
Un giorno qualcuno troverà i frammenti dei nostri dialoghi, con macchine capaci di rilevare il peso specifico della parole nell’aria e penseranno che facciano parte di un’opera unica, di un poema in versi, invece erano solo frammenti, solo spezzoni di pellicola, la misura del nostro poco tempo a disposizione.