
GILLES CLEMENT - Il manifesto del terzo paesaggio
Oggi, passeggiando c’era una casa in collina. Tutte le case sembravano apparentemente disabitate, il gelo della notte si scioglieva sulle tegole dei tetti. Alcuni gatti dormivano al sole. Su una cassetta delle lettere si leggeva, Signor Baborsky. Baborsky, è un discreto inizio per le case (o le cose) che si raccontano da sole.
Presso i vari gruppi tungusi della Manciuria settentrionale gli specchi di rame hanno una parte importante. La loro origine è senz’altro cino-manciuriana, ma il loro significato magico varia dall’una tribu’ all’altra: si dice che lo specchio aiuta lo sciamano a “vedere il mondo” (cioè a concentrarsi), o a “porre gli spiriti”, o che egli lo usa affinchè i bisogni dell’uomo vi si riflettano, ecc. V. Diòszegi ha dimostrato che il termine manciù-tunguso designante lo specchio, panaptu deriva da pana, “anima, spirito”, più precisamente l‘“anima-ombra”. Guardando nello specchio, lo sciamano può vedere l’anima del defunto. Certi sciamani mongoli vedono nello specchio il “cavallo bianco degli sciamani”. Il destriero è l’animale sciamanico pereccellenza: il galoppo, la velocità vertiginosa, sono espressioni tradizionali del “volo”, vale a dire dell’estasi.
Quanto al berretto, in certe tribù (per es. presso i Samoiedi Yurak) esso è considerato come la parte più importante del paludamento sciamanico: “A udire questi sciamani, gran parte del loro potere è dunque nascosta in tali berretti. […]
Nella Siberia occidentale il berretto consiste in una larga fascia che vien passata intorno alla testa alla quale sono appese lucertole o altri animali tutelari, oltre ad una quantità di nastri. Ad oriente di Ket i berretti “rassomigliano talvolta a corone di ferro munite di corna di renna: talvolta sono ricavati da una testa d’orso a cui sono state lasciate attaccate le parti principali della pelle del cranio”.
MIRCEA ELIADE - Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi - pp. 178-179. Ed. Mediterranee - Roma
Wåhlstrand presents us with painstakingly accurate, photo-realistic, large scale reproductions of photographs, created with watery washes of ink. The photos were mostly of scenes from her father’s childhood, who committed suicide while she was one year old. Perhaps the demanding work of executing these images can be seen in a metaphorical relationship with the gradual labour of mourning and erasure of pain. The work clearly allows the artist to somehow physically and psychologically approach a personal history that she did not experience, yet the consequences of which she is still living with. By enlarging the photographs, it is almost as if she were trying to open up the space enclosed within them, to gain access to the past.
(grazie a umanesimo)

Pretoria in Sud Africa è molto nota per essere la Città delle Jacaranda per l’enorme numero di piante di Jacaranda piantate in moltissimi viali stradali, ed in giardini pubblici e privati. Vista dalle colline circostanti in epoca di fioritura, la città appare sfumata di azzurro per l’enorme numero di alberi fioriti in blu che emergono tra le costruzioni, dai giardini e dai viali.
Altre città del Sud Africa hanno grandi popolazioni di Jacaranda, ma nessuna eguaglia Pretoria per dimensione e soprattutto diffusione capillare in tutti i quartieri. La stagione di fioritura coincide in Pretoria con la fine degli esami alla locale Università, così è maturato la leggenda, ed il modo di dire, che gli alberi della Università attendano a lasciar cadere i loro fiori per farli scendere sul capo di quelli che hanno superato gli esami.
via wiki