1 nota
16062010
e non si capisce il perchè. nei primi timidi approcci con una terra straniera le strade sono sempre in salita. sono ospite a casa sua nella sua negra terra. attribuisco un colore ad ogni terra. quelle latine sono tutte di un nero fosco e pervasivo. nere le case, nero il pelo sulle case, nere le vesti, neri i capelli, neri gli occhi, nero il vino che tinge di nero le sue labbra. c’è stato un momento in cui mi trovavo sempre a ridosso di case così. scivolavo dentro vicoli umidi e vuoti fiancheggiati da file compatte di case con le facciate divise a metà. la metà inferiore ricoperta di pelo nero, quella superiore di pelo bianco. attraversavo i vicoli immersa nel pelo nero e profondo. non faceva paura, l’abitudine vinceva su tutto, persino l’inquietudine. cercavo di raggiungere la sua abitazione, era lì che dimoravo. ma ero sola, dovevo raggiungere la meta senza aiuti, l’unico indizio una prima e unica passeggiata con la proprietaria della casa poi subito dopo inghiottita nel dedalo. c’erano vecchie bettole sul percorso con le targhe in alto opacizzate dall’usura e vecchi che sbevazzavano il loro vino negro e pasticcini agli angoli delle strade in offerta ai viandanti. in tutto questo io mi ero già pisciata addosso. poi arrivavo alla casa vuota, da sola miracolosamente. da una finestra si vedeva finalmente la città tutta intera. oltre i vicoli, il pelo delle case, i vecchi, i pasticcini, l’odore di umido e di piscio vecchio, si vedeva il mare, anch’esso niger. mentre mi cambiavo facevo cadere colpevolmente i miei vestiti nel bidet che era, manco a farlo apposta, pieno d’acqua. c’era la promessa di una festa, i pasticcini pronti in cucina, e io in attesa della proprietaria, ma senza una veste adeguata.