Tinguely, che aveva incontrato Duchamp un anno prima a Parigi, lo rivede numerose volte a New York e a febbraio visitano assieme il museo di Philadelphia che possiede la maggior parte delle sue opere. Sempre a New York fa la conoscenza di Billy Klüver, un ingegnere svedese che aveva lavorato con Rauschenberg e Johns che aiuterà Tinguely nella realizzazione dell’Homage to New York (di cui farà anche un dettagliato resoconto) prima macchina autodistruttrice allestita nel giardino del Museum of Modern Art di New York il 17 marzo 1960. Nella città-simbolo dell’effimero, dell’usa e getta, Tinguely costruisce nel luogo deputato alla consacrazione, all’eternizzazione per eccellenza quale è il M.O.M.A. , un opera destinata ad esistere non più di mezz’ora, un opera simbolo della fine dell’illusione positivistica della macchina e conseguentemente del declino di una civiltà incapace di produrre valori duraturi e significativi nel tempo. Furono necessarie tre settimane di lavoro per dar vita ad un enorme assemblage di materiali eterogenei, un pianoforte, decine di ruote di bicicletta, parti di motore, macchine semoventi, timer, batterie, una Méta-matic, una targhettatrice, esplosivi, palloni gonfiabili e ogni sorta di aggeggi che producessero rumore ed odore. Robert Rauschenberg presente all’inaugurazione fornì a Tinguely una mascotte da inserire nella sua macchina, un money-thrower (lanciamonete), una scatolettina con polvere pirica all’interno, la cui accensione avrebbe lanciato, per mezzo di molle interne, delle monete d’argento che esplose con un lampo accecante durante l’happening. La serata fu tutto un delirio di rumori, suoni, esplosioni, movimenti sconnessi, incendi ed accidenti imprevisti fino all’apoteosi finale della distruzione di tutta la macchina e l’assalto del pubblico presente sui pochi resti rimasti in cerca di souvenirs.